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”Magna Carta”

Una dimensione storica di vera importanza fu vissuta da Bormio in un periodo di scontri feudali tra il IX e il XII secolo, quando i vescovadi di Coira e Como si disputavano il possesso della zona e sucessivamente quando nel 1376 tutta la Valtellina cadde nelle mani dei Visconti. Bormio, riuscendo a gestire a proprio vantaggio il susseguirsi dei conflitti, ottenne a poco a poco privilegi e diritti che stimolarono il fiorire e l’incrementarsi del commercio di transito, potenziando nel contempo le proprie autonomie comunali.

La serie di statuti che il popolo deliberò nel 1335 furono messi “nero su bianco” e mantenuti in vigore fino al 1797, data dell’annessione alla Repubblica Cisalpina. Tali leggi furono denominate “Magna Carta delle libertà bormiensi” e più che fatti, sottolineano indipendenza ed autogoverno. Sono istituzioni salde e democratiche, basate sull’unità della popolazione, che difendono gli interessi locali dalle continue lotte per il controllo dei passi alpini. Gli Statuti ebbero nel corso dei quasi 500 anni di vita qualche aggiustamento, ma mai modifiche sostanziali. Le Leggi di Bormio rappresentano un vero “monumento giuridico” a giudizio di molti storici odierni: si componevano di 333 articoli civili e 68 penali. Dagli Statuti dipendeva anche e soprattutto la struttura governativa della città, con un podestà di provenienza esterna, supremo moderatore della vita del Comune, ma privo di vere funzioni legislative.

In questo senso, la massima autorità era il Consiglio del Popolo, formato dai più autorevoli capifamiglia. Ogni convocazione del Consiglio era scandita dai tocchi della Baiona, l’enorme campana di bronzo issata sulla Torre civica, le cui proporzioni permettevano il richiamo anche dei contadini del circondario. Quando cadde al suolo nel 1376 si pensò con superstizione alla fine delle libertà di tutti; ma una nuova campana fu costrutita e Bormio conobbe tempi fiorenti.

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